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Psicologia

Mussolini e il linguaggio

Mussolini

Grazie alle sue esperienze giornalistiche e ai suggerimenti di Le Bon, Mussolini progettò un modo di comunicare che si basava su diverse caratteristiche: l'oratoria giornalistica, che non scontentava i dotti e non metteva a disagio gli umili, volta a esortare e spingere più che ad affascinare, il suscitare certi stati d'animo, gli slogans, recuperati anche da fonti non del tutto attinenti al messaggio fascista, ma validi alla finalità di incitare all'azione, i dialoghi con la folla e la coralità, incentrati su frasi che pretendevano una risposta corale da parte dell'uditorio, le frasi ad effetto, nelle quali Mussolini è stato impareggiabile, ed infine gli aspetti riguardanti i toni e le pause, da modificarsi a seconda del carattere che si voleva dare al messaggio.

Nel discorso tenuto da Mussolini il 10 Ottobre 1928 ai direttori di giornale: "In un regime totalitario, come deve esser necessariamente un regime sorto da un rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime; in un regime unitario, la stampa non può essere estranea a questa unità... La stampa più libera del mondo è la stampa italiana... Il giornalista italiano è libero perché serve soltanto una causa e un regime; è libero perché, nell'ambito delle leggi del regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione". Così si assiste ad una vera e propria evoluzione del "culto di Mussolini". Le spiegazioni sono da ricercarsi nel processo di identità, intesa psicologicamente, fra il duce e il regime fascista. Secondo Freud, il leader deve giocare su un delicato equilibrio di nevrosi e di sublimazioni, dovute alle proprie pulsioni. La fortuna di Mussolini fu di imbattersi in una massa disposta alla sottomissione, a causa della delusione e della frustrazione degli italiani, fatti a pezzi come comunità dalla guerra, e a causa di una "paura della libertà" e del bisogno di un "protettore magico. La forza di unione del gruppo fascista derivava dall'identificazione di tutti con Mussolini, alla fine del quale corrisponderà la disfatta del fascismo. Mussolini tendeva a promuovere l' idealizzazione di se stesso nei suoi seguaci. "Il soggetto, facendo del capo il proprio ideale, ama se stesso e al contempo si libera del sentimento di frustrazione e di insoddisfazione che affliggevano il proprio Io empirico" (Adorno). Mussolini conciliò le molteplici tensioni psicologiche esercitate sulla popolazione, allo scopo di ottenere un sorta di autorità paterna, con l'imposizione della disciplina e della propria idealizzazione. Per incoraggiare l'identificazione a livello delle masse più vaste e numerose, Mussolini si riduceva di continuo alle immagini più modeste ed umili, delle varie classi sociali italiane, facendo conoscere in questa abilità una capacità spettacolare: si trasformava continuamente in muratore, contadino, autista, aviatore, camicia-nera gregario, maestro, artista, burocrate, poliziotto, giornalista, dottore honoris causa, enciclopedico, professore, presidente, operaio, e tantissimo altro. Dopo dieci anni di trasformazioni mussoliniane, ogni italiano poteva tranquillamente identificarsi in lui, riconoscendovisi come una piccola immagine del padre universale.

I mezzi di comunicazione di massa

Già all'inizio del Novecento, gli studiosi, osservando la società, si accorsero che le masse erano un complesso eterogeneo di persone, in cui l'individuo, così spersonalizzato, partecipando inconsapevolmente alla crescita economica, veniva visto come un elemento intercambiabile con altri individui. Gli individui operano più sulla spinta dall'imitazione e della suggestione, sotto la spinta di pressioni manipolatorie esterne, piuttosto che sulla base di spiegazioni razionali. Oltre a questo, si assisteva in quegli anni ad un frenetico sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, che, supportati dal progresso tecnologico, riuscivano a raggiungere un gran numero di individui. In conseguenza, i primi studiosi, sospettando di un eventuale mutamento sociale, studiarono le possibili forme di controllo sociale esercitate dai media, e della loro capacità di mantenere o di modificare lo status quo. Si svilupparono le prime scuole di pensiero relative agli effetti psicosociali prodotti dai media. L'analisi di fondo da cui esse muovono, è che le comunicazioni di massa si sono sviluppate in direzione opposta a quella demagogica e populista temuta nel primo dopoguerra, diventando invece strumenti di legittimazione dell'ordine sociale. È così che le teorie della comunicazione sono state adottate dalla comunicazione di massa, originando forme diversificate delle regole stesse. Infatti vengono prese in analisi: la qualità della fonte, la qualità del messaggio, le caratteristiche del canale informativo, caratteristiche del ricevente.

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